giovedì 4 luglio 2013

Bianco, su sfondo blu notte




Sono apparse alla mia visuale dapprima le gambe lunghe, sottili e lisce come canne, la cui pelle, unico elemento visivo predominante in quella stravagante figura, era già abbronzata di una tonalità color caramello, o miele di castagno.
Poi, scivolando lo sguardo dalle scarpe altissime al culo, la sorpresa: era praticamente in mutande!
Ed è proprio quel suo look, in spiaggia considerato normale ma in città sfacciatamente fuori luogo, ad esser fonte di inorriditi nonché invidiosi commenti tra donne e di dolorosi torcicollo tra gli uomini.
Io, in quel preciso istante, ero sia le une che gli altri. E così, un po' stronza e un po' maiala, ho sperato di averla dinnanzi a me prostrata in ginocchio per coprirla di ceffoni, e poi di baci.

Indossava un piccolissimo, brevissimo, aderentissimo abitino blu scuro (incerta o meno che fosse una canotta allungata) a righe orizzontali bianche, medio grandi, che fasciavano il corpo in una I, tranne che per quelle chiappette stranamente rotonde, ritte, insolenti come un dito medio alzato, che di profilo la facevano diventare una d.
L'orlo, manco a dirlo, finemente risucchiato nell'incavo della chiappa (questo lo ricordo bene, perché mi ci sarei voluta soffermare subito con la punta delle dita, con i polpastrelli umidicci di saliva, forse mia, forse sua).

E quest'orlo benedetto finiva proprio lì sotto, sì, nella curva di quelle natiche dure. Sottolineava e racchiudeva le estremità rotonde senza proseguire oltre, senza trovare appiglio e sicurezza in, almeno dico io, un centimetro più sotto. Quel culo, tondo come il mondo, se si fosse seduto, non avrebbe avuto scampo e sarebbe esploso, sotto gli occhi di tutti.
Ad ogni ondeggiare ritmico del fianco le speranze di tutti noi, pedoni, motociclisti, autisti, mariti, pensionati, fidanzati, single, bisex, curiosi, pervertiti, Homo Sapiens, Homo Erectus e qualche caso superstite di Homo di Neanderthal, ipnotizzati dal lento ma deciso incedere delle righe bianche su sfondo blu notte, era che quel piccolissimo lembo di stoffa potesse vergognosamente sollevarsi, per poi scorrere, oramai sdoganato dal primo colpo secco dovuto al dolce moto ondoso del culo, sul dorso, arrotolandosi su se stesso come una saracinesca, o come una tendina a listelli di bambù, e dove, secondo me, la bionda aveva i più bei poggia dita del mondo: le fossette di Venere, ossia quegli adorabili incavi della pelle dove casualmente si appoggiano i pollici nella posizione da me chiamata della gatta, in cui lui lo infila didietro, o da dietro, e mentre con le mani si tiene saldo alla vita, premendo bene i pollici sul dorso o sulle fossette naturalmente predisposte, lei inarca la schiena come una gatta in calore, offrendosi bella aperta e rilassata alla verga dura, ma restando tuttavia col petto e l'addome schiacciata giù mentre il cazzo le scivola in fondo e le palle sbattono sulla vulva gonfia, se si affonda nel deretano, o sul pube, se si scopa regolare.

Ed è con queste repentine voglie che ti ho osservata per un lungo tratto, ipnotizzata dalle sottili gambe, dalle scarpe tacco 16 con zeppa, fiorite, sospesa in un limbo senza pace, torturata dalla incerta previsione se quello che stavamo noi tutti - o soltanto io? - desiderando si potesse avverare o no, in un vortice canzonatorio di tensione erotica ed animata voluttà.

Magrissima, proprio come me, procedevi sicura, alta e fiera, noncurante degli occhi appiccicatisi addosso come moscerini sui fanali dell'auto dopo una corsa in autostrada. Mascherata dietro grandi occhiali scuri ti allontanavi verso Santa Croce, fintamente interessata alle banalità di una amica scialba, che ti accompagnava.
E io di te ho stimato da subito il coraggio di quei tacchi, di quel brevissimo pezzo di stoffa blu scuro a righe bianche e, lo confesso, anche l'età fresca e sincera della gioventù, che più non mi appartiene.

Mi sono voltata più volte a guardarti, mi sono soffermata anche, incerta se seguirti. Ma sarebbe stato meglio di no: ti avrei stuprata a suon di leccate e sculacciata a suon di avidi ceffoni, biondina mia.

giovedì 27 giugno 2013

Giulia

 Ph: Lindalov


Era distesa e mi aspettava.
Non sapeva cosa avrei fatto ma sembrava non preoccuparsene affatto. Mi credeva una persona per bene, si fidava.

Si toccò i capelli crespi come faceva sempre, senza un apparente motivo. Non mi pareva agitata. Credo fosse piuttosto un tic nervoso, un gesto oramai fattosi abitudine senza una ragione. Lo notai la sera che la conobbi. Una settimana prima.

Fisicamente non mi era parsa bella, ma invitante, oh sì, se lo era. Labbra increspate, pelle bruna tirata, sorriso incantevole, sguardo felino. Aveva un modo tutto suo di guardarti dritto negli occhi, misto tra divertito e curioso. Poteva innervosire, una così. Ma se la osservavi bene, un po' più a fondo, scoprivi che lo faceva con tutti.
La sua ironia non era una presa per il culo particolare, ma faceva parte di quell'arroganza ingenua e attraente che alcuni ragazzi giovani hanno. Se Dio vuole.

Faceva caldo quel pomeriggio, e l'umidità abbracciava ogni cosa attorno dandole un'aria importante, antica. Noi compresi. I miei gesti erano lenti, ma nessuno aveva fretta.
Spensi la sigaretta e con fare deciso feci per distendermi sopra di lei, ingannandola: mentre le accarezzavo dolcemente la fronte, facendo finta di spostarle un ciuffo ribelle, la penetrai subito con due dita. Era già bagnata. Di riflesso me le strinse con la fica, poi si spiegò su se stessa ridendo, imprecando forse qualcosa di scherzoso contro di me. Subito dopo gemette.
Fu allora che si fece più nervosa mordicchiandosi il labbro inferiore: chiaro segnale del Sono pronta, ci sono.
La sfregai con tutto il palmo della mano, veloce. Con l'altra mano la tenevo salda per il collo, e la guardavo. La guardavo dritta negli occhi, sperando di percepire, anche se in forma del tutto lieve, quel leggero terrore da preda indifesa che mi eccitava, che mi infuocava le vene e le viscere accecando ogni mia volontà cosciente, immergendomi finalmente in una bruma nebbiosa e distante.
Volevo succhiasse tutte le dita della mano che le aveva lasciato i segni sul collo, delle leggere strie rossastre che forse domani avrebbe dovuto coprire dagli sguardi indiscreti. Stava a gambe tese, divaricate, offrendo come sacrificio sull'Altare della Gioia la vulva dilatata, incredibilmente gonfia, e già appiccicaticcia.

Mi fece venir fame, e crebbe in me la furia disumana di possederla, di penetrarla violento, di spaccare in due quell'essere acceso e voglioso che si faceva infilare quasi tutta la mano dentro le membra.
Tutta la poesia, tutto l'incanto, tutto il gioco che avevo preparato, così come venne, si dileguò, e già non importava più cosa fosse, per chi, come, dove. Dovevo sfamare questa bramosia, e goder forte mentre affondavo la sua carne con la mia.

Si prese tutto il mio uccello, fino in fondo, e ai miei colpi sordidi e ciechi faceva da contraccolpo, gemendo forte, la Troia. Poi sentii l'onda crescere, e con gli ultimi colpi la strinsi per i capelli, glieli tirai forse, e gemetti tristemente un Vengo smorzato, mentre schizzavo caldo nelle sue carni molli.


Non sono avvezzo alla poesia. Non le prime volte.
Mi rivestii in fretta e mi accesi subito una sigaretta, Vuoi? Le dissi.No, grazie, rispose lei, già incazzata (lo vedevo, si notava).

Tirai fuori la macchina fotografica e scattai la prima foto a quel faccino malconcio. Adesso sì che era uno schianto.

giovedì 20 giugno 2013

E così mi sono ammalata



Avevo bisogno di staccare, ritornare nel mio angolo di pace e riflettere, fare le mie cose con i miei tempi. Il ritmo imposto da questa vita che mi è caduta addosso, mai scelta, sempre trovata per caso, mi stanca di continuo. Ed è per questo che mi ritrovo a tratti ansiosa, spesso arrabbiata.

Dovevo ritrovare le mie sicurezze emotive e la serenità di vivere che mi mancano da qualche tempo.
Niente che non vada: semplicemente ricaricare le pile, per conto mio, come ho sempre fatto. Silenzio, pensieri, tempi lunghi. E così mi sono ammalata. Con 35 gradi all'ombra, 40 percepiti per via del tasso di umidità.

Sono contenta di esserlo, proprio come una bambina che finalmente ha una scusa buona per non andare a scuola. Il corpo ha reagito tutto da solo, e proprio quando stavo per chiedere una tregua da tutto.
Starò a casa per giorni e farò quello che voglio, mentre l'antibiotico agisce e fa il suo corso.

In questo cono di luce che filtra dal lucernario finisco i libri iniziati, riscoprendoli più belli di quello che credevo, col temuto rimpianto di non averli capiti bene all'inizio e con la paura di aver perso qualcosa per strada. Ne aggiungo poi altri alla lista di quelli nuovi che già non vedo l'ora di prendere.

Scatto qualche foto, senza pretesa, come era e come deve essere. Metto via rullini da sviluppare e ne compro di nuovi, con quella allegra smania che precede l'incanto dello sguardo posato sul mondo, con le sue abitudini sconosciute, e la innocente voglia di stupirsi ancora per piccole avventure.

Ordino l'armadio. La lavanderia è indietro con l'invernale ma non posso aspettare oltre: dentro vige il caos e urge sistemare la lana con l'antitarme. Il menefreghismo verso tutto ciò che mi hanno insegnato per essere una brava persona è imbarazzante, e il senso di colpa per essere così tanto poco ligia al mio dovere di donna mi urla alle spalle tutti i giorni che lo apro.

Mi rimetto in pari: ordino buste paghe, documenti arrivati, fatture. Scrivo email pendenti, faccio spazio nell'hardware e cerco nuovi film interessanti da vedere nei prossimi pomeriggi oziosi.

Mi masturbo di frequente e allento tensioni in spasmi rapidi e intensi immaginando stupri di massa. Il caldo aumenta la pressione, e il letto disfatto, in penombra, richiama desideri assopiti e giochi nuovi.

In questa bolla di tempo immobile è come se preparassi gli ingredienti necessari per cucinare la ricetta allegra che è questa vita, pronta per rimescolarli stando attenta alle dosi, e ben lieta di farlo tra una limonata fresca e l'altra, osservando la luce che cambia, lenta.

Ti penso. Sempre.

Ho pianto solo una volta, per poco. Ed è stato liberatorio, quasi come un atto dovuto, per un debito scaduto non più ceduto.

Ti aspetto, scorrendo uno a uno i primi momenti del nostro incontro, delle tue mani forti sulle mie gambe lunghe e magre, sulla mia pancia, sul collo e sul seno. E poi di quello subito dopo, di quei giorni meravigliosi che mi hai regalato, in cui mi sei stato dietro, calmo e paziente, mentre io, nervosa e concitata, mi stupivo e mi arrabbiavo per tutto.

Ho, ancora, un po' paura. A tratti credo che tutto finisca così come è iniziato e che tu sparisca, come inghiottito nella nebbia più fitta. Mi dico: non importa, se è giusto per te. Poi però mi dispiaccio, e ri-dico: non vorrei mai, no, e almeno potevi avvertire (il silenzio, negli attimi del dubbio, può divenire inverosimilmente meschino). Vivo questi sensi di abbandono come imminenti, e provo un senso di colpa infinito.

Poi tutto sorprendentemente passa, come una nuvola carica di pioggia che, sospinta da un vento improvviso, spiove altrove.

mercoledì 19 giugno 2013

Leggere Lolita a Teheran



"Tu hai bisogno di me non perché ti dico cosa voglio che tu faccia, ma perché ti trovo una giustificazione per quello che tu vuoi fare. È per questo che ti piaccio - perché sono un uomo senza qualità."

[Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Gli Adelphi, parte III Capitolo 9, pagina 212]

"[...] Era una di quelle persone inguaribilmente oneste, e dunque inflessibili e vulnerabili insieme. E' questo che ricordo di lei, più di ogni altra cosa: la sua eleganza stropicciata, l'idea di chissà quali "giorni migliori" che traspariva da ogni cosa che si metteva addosso. Da quel primo sguardo fino al nostro ultimo incontro, molti anni dopo, la sua presenza ha sempre suscitato in me due emozioni contrastanti: una gran pena e un profondo rispetto. C'era in lei una sorta di fatalismo - la rassegnazione di chi accetta il proprio destino - che mi riusciva quasi insopportabile."

[Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Gli Adelphi, parte III Capitolo 18, pagina 233]

"Ripensando a quei momenti, mi accorgo che una tale passione per Tarkovskij da parte di un pubblico che perlopiù non sapeva neanche scriverne il nome, e che in condizioni normali lo avrebbe nel migliore dei casi ignorato, nasceva più che altro da una profonda privazione sensoriale. Eravamo assetati di bellezza, in qualunque forma, anche quella di un film incomprensibile, ultraintellettuale e astratto, senza sottotitoli e sfigurato dalla censura. Era già meraviglioso anche solo ritrovarsi in pubblico, per la prima volta da anni, senza paura né rabbia, in mezzo a una folla di estranei che non fosse lì per una manifestazione, un raduno di protesta, una coda per il pane o una pubblica esecuzione."

[Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Gli Adelphi, parte III Capitolo19, pagina 237]