lunedì 29 giugno 2009

Modi di fare/3

Io ancora mi allaccio le stringhe delle scarpe come una bambina piccola e cioé come ho imparato la prima volta: prendo i due lacci, li piego per fare le orecchie del coniglietto e poi li incrocio facendone passare uno sotto all'altro.

Quando sono in un posto pubblico dove mi possono notare tendo a nascondermi perché c'è ancora qualcuno che dice sorridendo: "Ma tu li fai ancora così i nodi?!"

Sì, mi nascondo perchè a me piace così e non voglio che nessuno mi rimproveri o mi derida: sono una bambina grande io.


Metodo di Linda

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Metodo di tutti (o quasi)

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giovedì 25 giugno 2009

Elucubrazioni/4

Non ho mai messo un preservativo in vita mia ad un uomo.
Ma ciò non vuol dire che non l'abbia mai usato, con un uomo.

mercoledì 24 giugno 2009

Solo un punto di vista (viaggiando in autobus)

Credo che le donne tendenzialmente più pelose, ovvero quelle di carnagione scura o castane scure, quelle di origine sudiste così come quelle che sebbene hanno la carnagione chiara hanno un dosaggio naturalmente elevato di testosterone, così come quelle con i peli generalmente grossi, scuri, che sebbene radi non perdonano, quelle che appena si depilano hanno la seconda mandata di peli già pronti a ricoprire il vasto territorio rasato di fresco, quelle che insomma appena toccano il rasoio gli si indurisce già la peluria e hanno al posto dei peli alberi con radici spesse così "O", bè queste donne dicevo, non dovrebbero depilarsi l'ascella con il rasoio ma con una sola passata di ceretta poiché non solo non si depilano (gli sbuca dopo poco l'aiuola scura di peli rasati di 1 mm, duri, dritti, fortificati) e si rafforzano e moltiplicano i peli, ma quando si vestono carine, di tutto punto, profumate di fresco e ripicchettate e alzano la ascella con l'ombra sudaticcia di centinaia di punti neri che son poi i peli tagliati bé, mi fan tristezza.


mercoledì 17 giugno 2009

Prendimi, portami via. E abbandonami in autostrada. (un prologo letterario di uno scambio qualunque*)



-"Vorrei che tu mi portassi via".
Silenzio.
-"Mi ascolti? Di, mi ascolti? Portami via. Ti prego."

Vorresti essere liberata...
...Potremmo portarci via.
Ci saranno territori degni del nostro blasone?
Io ti porterò via da te stessa. Un viaggio senza promesse e rivendicazioni.
Senza intrecciare le dita, sesso con amore o sesso senza amore.
Potrebbe durare un quarto d'ora.

-"Vorrei una favola. Dove tutto é quello che é ed é sempre stato. Dove il sesso é sesso. Dove solo la complicità si fa Amore. Non voglio rispetto tra le lenzuola, mai l'ho cercato. La democrazia a letto non esiste. Vorrei la favola dove io possa essere ciò che sono e ogni cosa sia chiamata col suo vero nome".
Striscio ai tuoi piedi e mi sbuccio le ginocchia sulla moquette sporca. Tu mi allontani con un calcio. Lo fai sempre, ti piace colpirmi con un calcio sul collo. I lividi sono più scuri, più volacei, più intensi. Tu dici sempre che mi dona, il viola.

Il rispetto é una scusa per non manifestarsi veramente per quello che si é.
Tenendoti i capelli non ti spoglierei.
Ti racconterei all'orecchio come i pensieri non si traducono sempre in parole
ma non é il momento dei limiti, bisogna raccontare e raccontarsi.
Ora ti farei pisciare sopra la cosa a cui tieni di più.

Mi tiro su, in piedi. Mi alzo la gonna e mentre la trattengo sui fianchi, mi piscio addosso. Senza nemmeno togliere le mutandine. Così. Mi piscio sui piedi, sulle gambe, sulle calze, sulle scarpe. E' da tanto che lo desidero ma, forse sbaglio, ho bisogno che qualcuno mi ORDINI di farlo.
-"Sussurrami cose. Ancora." ti dico mentre la fica mi brucia.
Mi guardi mentre lo faccio, guardi il piscio che mi cola addosso, che striscia sulle mie cose. Masturbati, mi ordini. Io voglio toccarti il cazzo ma tu non me lo permetti.
-"Non mi raccontare le solite storie. Mi annoi. Voglio te, faccia a faccia. Io, con i miei lividi in mostra e tu, con le tue lacrime di rabbia in mostra. Voglio che tu mi picchi e voglio che tu pianga, come me. Vorrei farti soffrire e soffrire io per te".

Te l'ho già racconata una storia
é per te, stronza
quello di adesso é una premessa
e poi sono io che dico quello che devi fare tu
tu pubblica il nostro dialogo
le nostre lacrime
quel senso di appartenenza che non avremo mai
l'odore della tua fica che mi porterei ovunque

Te ne vai. Mi lasci da sola dentro una stanza vuota, di nessuno. Abbandonata. Pisciata addosso e abbandonata.
Devo tornare a casa a piedi. Un'altra volta.


Adius








*Ringrazio Di per la compagnia e il gioco



lunedì 15 giugno 2009

Datemi un navigatore, che in amore sbaglio strada*

Se vuoi fare sesso, mi devi scopare bene. Cattivo.
Se vuoi fare l'amore, allora fa' pure il tenero: accarezzami, guardami, perditi nei miei occhi, cullami, proteggimi, abbracciami.
Non puoi fare sesso ed essere gentile, premuroso, romantico, attento perché io poi devo innamorarmi. Per forza. E tu mi diventi uno stronzo. Per forza.
Le regole non si possono cambiare e vanno rispettate. Ogni gioco e ogni suo giocatore ce le ha. Ce le han sempre avute. In questo giustissime le prostitute che non si fanno baciare.
Il problema é che nelle relazioni umane chi gioca é anche spettatore e arbitro insieme. E su questo, stabilire regole e limiti, é difficilissimo. Ci si dimentica dell'altro anzi, forse non ci abbiamo mai pensato all'altro e preferiamo vivere secondo le nostre regole, prendere o lasciare.

Questo era quello che mi ripetevo nervosamente poco più di un anno fa, mentre rosicchiavo l'antennina del cellulare e aspettavo il solito messaggio di risposta. Quell'angioletto di Benoit (leggasi benuà) era sparito PUF! ma io non volevo arrendermi: non era possibile che avessi preso fischi per fiaschi.

Io e Benoit ci conoscemmo un paio di anni fa a Saint Tropez, per la precisione a La Voile Rouge. Fu facile sedurlo: era molto timido e in netto svantaggio nei miei confronti. Gli piacevo e si vedeva.
Io all'inizio fui attratta dall'amico, un avvocatuccio gnocco ma troppo convinto. Sebbene io lo prendessi un po' in giro -non c'é bisogno che tu faccia finta di essere ciò che non sei gli ripetevo appena drizzava la cresta- stava volentieri al gioco e sia lui che Benoit erano simpatici, pronti allo scherzo e grandi, grandi bevitori di mojitos. E sopratutto, lo offrivano, i due belga ricchi sfondi.
Ne approfittai e così, appena mi invitarono ad andare con loro al VIP, accettai.

Scopai con Benoit quella notte.
Il suo modo dolce di guardarmi, le attenzioni che mi rivolgeva, il suo stare in ombra, lo resero così tenero ai miei occhi da dirmi che potevo anche provare a vedere cosa significava abbandonarsi tra le braccia di un tenero angioletto.
Fu una scopata accademica: delicata e rispettosa, senza la minima passione.

Si fece vivo due giorni dopo, dicendomi che era tornato a Bruxelles, che il viaggio in auto era andato bene e che sarebbe stato felice di rivedermi.
Lo trovai un gesto carino ma del tutto innecessario: per me era stato un semplice flirt estivo che avevo già rimosso con un diciannovenne (giuro ne dimostrava venti) tra i lettini del Nikki Beach (la vacanza di Benoit era terminata, la mia no).
Ricevetti continui messaggini di saluti finché non venne a trovarmi due mesi dopo, verso la fine di ottobre. Trascorremmo una giornata intera a spasso, parlando e godendoci la città sotto un sole ancora caldo. Partì la sera stessa per Milano dove avrebbe trascorso il resto del week end con i suoi amici che là lo aspettavano. Fu un pomeriggio molto carino: foto, sorrisi, la sua mano che intreccia la mia un paio di volte...
Robe così, che si fanno tra perfetti sconosciuti che giocano a fare gli innamorati a tempo determinato con contratto a progetto.
Mi disse che avrebbe voluto che lo andassi a trovare. Lassù, in Belgio. Gli risposi che sì, ci sarei andata.

Passarono Natale e Capodanno. Perfino la notte del 31 mi chiamò per augurarmi Buon Anno. Mezz'ora di telefonata tra le montagne svizzere, dove lui si trovava, e il mare della Toscana, dov'ero io. Si preoccupava del mio stato di salute, sempre cagionevole, e del sito, che non decollava. Insistette una seconda volta: Quando vieni a trovarmi?.
Fu così che a fine gennaio prenotai il volo per Bruxelles. Sarei partita tre mesi dopo, in un week end primaverile di Marzo.

Fu un bel viaggio.
Appena arrivati andammo a berci un paio di birre. Chiaccherammo e poi andammo a casa. Mi fece sistemare come meglio credevo e mentre facevo la doccia accese le candele, lo stereo, preparò la stanza da letto e creò quell'atmosfera giusta per rilassarci un po'.
Eravamo sdraiati uno stretto all'altra quando mentre mi accarezzava ininterrottamente la schiena, lento, costante, dolce, e ogni tanto mi baciava la fronte, come una bambina, io mi addormentai di botto.

Mai mi era successa una cosa del genere. Mai. Mai io sono riuscita ad addormentarmi tra le braccia di un uomo, tanto meno di uno sconosciuto e mai dopo un viaggio stancante e stressante. Mai nella vita.
E mai mi sarei lasciata sbaciucchiare a quel modo. Mi sarebbe venuto il diabete seduta stante.
Io son quella che dopo un po' deve staccarsi, interrompere le coccole e le tenerezze e marcare bene lo spazio del letto da dividere con una linea immaginaria centrale che cambia a seconda del mio umore (più in là se non ti sopporto più, più in qua se sono in un brodo di giuggiole) e guai a superarla. QUESTO é lo spazio mio. QUELLO é lo spazio tuo tendo a sottolineare col tono di voce minaccioso e le braccia che disegnano ampi spazi circolari per definire qual é il posto tuo e qual é il posto mio. Insomma io son quella che per dormire non deve avere rompimenti di balle addosso o di fianco.
Adattissima ad una vita di coppia direi.
Tuttavia quella sera scoprii che qualcosa dentro di me stava cambiando: stavo cedendo di fronte alla tenerezza che tra persone normali si tende a scambiare. Stavo cedendo al compromesso che causa convivenza ravvicinata si deve fare. Stavo cedendo per due birre trappiste, punto.

Trascorsi un fine settimana stupendo: mi fece conoscere Bruxelles, il centro, il quartiere latino, quello universitario, l'Atomium, i localini del centro, le birrerie, le cioccolaterie, i baracchini del fritto agli angoli delle strade. Poi un giorno mi portò a Bruges e l'altro ad Anversa.
-"Vorrei mangiare la tartare!"
E via Benoit che mi porta a mangiare la tartare nel posto più buono della città. Lui era così.

L'ultima sera insieme, domenica, va in cucina e ritorna in camera con uno champagne millesimato, squisito ma che più squisito non si può. Brindammo ripetutamente e non erano più scopate accademiche le sue: ci dava dentro e piuttosto bene.
Quell'ultima notte mi fece venire due volte di fila. Roba da matti, per una che sta sempre lì a pensare come me. Che mai si rilassa.
Era tutto perfetto e non c'era cosa più bella al mondo di quel lettone grande, di quelle candele, di quella bella musica, di quello champagne e di noi due nudi a vivercela.

Hai capito l'avvocato timido.

Mi rilassai così tanto (sbagliatissimo) da abbassare la guardia e da chiedergli poi cosa ne pensava di quel nostro week end. Se era contento, se era stato bene. Non lo so. Lo capirò quando sei partita, disse. Risposta che celava la disfatta.
Insistei.
-"Benoit, perché mi hai invitato qui da te?"
Benuà mi chiarì la situazione immediatamente. Col suo accento francese tanto chic, senza batter ciglio, rispose:
-"Pevchè tu... come si disce... you squirt!"
-"Perché io eiaculo?! Schizzo?! Mi hai invitato qui da te perché volevi vedere (di nuovo) come schizzavo?!"
Alzando la spalluccia e guardandomi dal basso verso l'alto, come un bambino colto in castagna mi dice Oui.

Benvenue au cirque du soleil, madames et monsieures! E' stato lo spettacolo di vostro gradimento?

Mi accompagnò all'aeroporto e mi salutò di fretta.
Arrivai a casa verso le sei del pomeriggio, stanca, esausta, confusa. Mi chiamò. Mi chiese se il viaggio era andato bene, come stavo.
Trovai una chiamata persa una settimana dopo e provai a ritelefonare, ma non mi rispose. Allora gli mandai una mail con un paio di posti splendidi da visitare insieme, se ne aveva voglia.

Non l'ho più sentito da allora.

E allora ecco perché mi son trovata lì a pensare che se si deve giocare bisogna giocare bene. Che tutta quella tenerezza se la poteva ficcare su per il culo, insieme alla tartare (buona ma cristo santo peggio delle robe fritte e unte cinesi), alle passeggiate, a quale cravatta preferisci tra le due, alle dita che si intrecciano per strada, ai messaggini che chiedono come sto. Ma che te frega, dico io.
E' Benoit uno stronzo?
E' stata colpa mia, che avevo letto bene le indicazioni ma poi di notte le ho girate dalla parte opposta perché ci portassero dove volevo io sperando lui non lo notasse?
E' stata colpa di chi ci insegna che la tenerezza e il romanticismo sono il preludio di un Amore?
A noi non ci é dato saperlo.

Da allora il navigatore lo lascio acceso.




*Si ringrazia lo Splendido per la correzione delle bozze

domenica 7 giugno 2009

Allegoria dei Piedi Brutti

I miei piedi sono storti, magri e sgraziati.
Son così brutti che a 11 anni, quando mi portarono da una dottoressa del Rizzoli di Bologna per l'ennesima e umiliante visita medica del tutto inutile la profedeimieistivali, molto professionale e sopratutto delicata, commentò che avevo già i piedi di una vecchia.
Ma ringrazio lo stesso il mio DNA malandato per essersi fermato al numero 41. Essendo una stangona di un metro e novanta il 41 é un piede decisamente piccolo, potrei volare via con un soffio di bora. Posso permettermi tuttavia scarpe da donna.
Sì, volerei via con uno spiffero di vento ma con stile e grazia. E poi diciamolo: ho conosciuto donne alte col 42 o il 43. E addirittura donne di uno e sessantacinque col 41. Che cazzo volete da me?

I miei piedoni però sembrano i piedi di una delle sorelle di cenerentola, quelli della Genoveffa.
Ricordo il cartone animato della Disney nella versione disegnata a mano, quella più figa. La scena che mi é rimasta impressa é proprio quella in cui il Principe impomatato cerca la sua Amata ma l'unica cosa che possiede per trovarla é la scarpetta di cristallo. Arriva proprio nella dimora delle sorellastre brutte e cattive e sebbene un pò intimorito dalle due (la sua tenera cenerentola non pùò essere una di quelle due bifolcone) fa provare a entrambe la scarpetta.
Il piede di Genoveffa mica entra: é lungo, con la fiocca alta, magro e torto.

Come il mio.

Da allora (avrò avuto sei anni) ho pure il complesso dei piedi, come se non bastasse. Ma io invece insisto e dico a tutti che i miei due piedi sono buffi, originali e dalla gran personalità oltre che forza. Perché io e i miei piedi abbiamo viaggiato tanto, vissuto le esperienze più belle, esplorato mondi. E mai si son lamentati. Sostengono il mio corpo le mie ossa i miei nervi i muscoli. Tutto quanto.

Quando ho vicino a me qualcuno coi piedi scoperti glieli guardo subito e poi bisbiglio ai miei che loro sono più curati, più puliti. Oppure gli dico che son più brutti ma che sono belli dentro. Loro però mica ci credono. Fanno finta, per farmi contenta. Poi indifferenti ai miei commenti si divertono a battere il tempo a ritmo di musica.
Se noto un altro piedone magro ma con le dita belle stese, ordinate in fila e per ordine di lunghezza, dritte che più dritte non si può, magari infilate in un sandalo tedesco, bé, mi fanno orrore e allora io e i miei piedi ci ridiamo su.
"Troppo intellettuali" "Troppo cristiani" "Monacali" "Piegati all'ordine costituito".
Quando vedo le dita che paiono tanti minuscoli soldatini sull'attenti, sempre a fare il loro dovere di bei piedi sorrido complice verso i miei: rivoluzionari e casinisti. Ribelli e sfrontati. Mai attenti, mai pronti.
Le mie dita son festose, disobbedienti. Tutte diverse e chiassose. Per niente anonime e tanto meno assoggettate ai canoni estetici degli altri piedi. Sono unici e per vivere questa condizione di unicità devono sempre esporsi alle critiche, agli sguardi, ai pregiudizi. Per questo hanno carattere e si fanno benvolere.

I mignolini sono tutti timidini, paffutelli, sempre nascosti e anche se più giovani di età non si fanno intimorire delle altre dita più grandi. No no. Devono avere sempre l'ultima parola, loro.
Il quarto (o pondulo) del piede sinistro é il più vecchiotto e per giunta gobbo. Lui é il saggio, il veterano, il solitario. L'eremita coscienzioso, l'esperto conoscitore della vita e delle sue gioie. L'altro, quello del piede destro é burbero e scostante ma solo perché si é sempre dovuto piegare al volere del terzo, quello prima di lui, dispettoso e arrogante.
Il secondo é il terzo del piede destro infatti sono i più belli di tutti, i più simpatici e carini. I bastardi e un pò snob, anche. Quelli che fanno sempre colpo e che le hanno sempre vinte. Quelli a cui lo smalto dona di più e che si provano sempre le scarpe nuove per primi, insomma. Per questo motivo il quarto dito del piede destro é più stronzo. Ma va capito: ha sempre vissuto all'ombra del figaccione di turno e in fondo, é solo timido. E' uno che non si fa notare al principio e se lo fa é solo per una delle sue solite battutaccie al veleno.
I leader assoluti sono gli alluci, anche se il sinistro é di salute cagionevole e soffre molto d'inverno specie quando sta più al chiuso e al coperto. Avrebbe bisogno sempre del mare e della sabbia e del sole dove poter correre ed esprimersi felice ma, ahimé, non é mica possibile.
Entrambi, che io chiamo pollicioni, sono grandi, enormi e sebbene di idee contrapposte (uno di cebtrosinistra e l'altro sembrerebbe più di destra) vanno abbastanza d'accordo. Per natura e deformazione professionale stanno sempre sul chi va là: infatti non si rilassano mai e spesso fanno fatica a starsene tranquilli e beati a riposare. Devono controllare costantemente gli altri ragazzi, festaioli e indisciplinati. Inoltre sono costretti per lavoro a decidere posizioni e direzioni, a organizzare viaggi e spedizioni perciò hanno un gran bel da fare tutto il santo giorno.
L'unica ragazza del gruppo é il secondo dito del piede sinstro: si fa chiamare Illice. Dicono si é innamorata del pollicione vicino a lei: infatti se lo guarda ammirata tutto il giorno. Non si sa però se é contraccambiata. Il gossip circola da qualche tempo ma nessuno si sbottona. Forse, essendo l'unica ragazza del gruppo, tendono tutti a proteggerla un pò.
Il terzo del sinistro, ovvero il trillice, é il secchioncello. Preferisce seguire le orme del suo Maestro e Mentore, il Saggio, e siccome stanno sempre insieme e sono pure alti uguale li hanno soprannominati i gemelli. Il trillice é il discepolo, l'erede del saggio. Colui che un domani depositerà il sacro sapere, le divine conoscenze.

Non sono ragazzi facili i miei piedi e non amano farsi avvicinare da nessuno. Sono buoni con me, perché mi conoscono da tanto tempo e sanno che io li nutro, li curo il più possibile, li capisco e li difendo.
Non amano stare al centro dell'attenzione altrui e preferiscono starsene più nascosti se c'é troppa confusione. Non si lasciano avvicinare facilmente e sono schivi ma appena incontrano qualcuno che a loro piace tanto si farebbero in quattro per conquistarlo.
Prediligono le creme migliori, le cure più efficaci e le scarpe più comode. Sono pretenziosi ma io gli do ragione: non é facile convivere con me.

Hanno un sogno, ancora irrealizzato. Se mi promettete di non raccontarlo a nessuno, ve lo svelo...




venerdì 5 giugno 2009

Cose fuori dal comune



Ussignùr! Ma va?
Ma sopratutto: notiziona, eh.

E' come andare dal verduraio e stupirsi che vendano frutta e verdura.

mercoledì 3 giugno 2009

Quando il fumo te lo vendono buono

...nella percezione dell'attimo sospeso legato ad un equilibrio precario come in un deja vu che appena gli dai un senso appena lo riconosci volerà via come un sogno già vissuto nel momento in cui diventi spettatore muto di magici incastri e di invisibili incanti e scopri che il mondo si muove nella stessa direzione un passo sull'asfalto una mano che si alza un sorriso che si apre uno sguardo che ne incrocia un altro una sillaba che si articola una palla che rimbalza una sigaretta che brucia uno spicciolo che cade la terra che gira sul suo asse il cosmo intero sopra di noi che lentamente si espande in questo secondo in cui avverti che sei in perfetta armonia con tutto questo e quasi ti vengono le vertigini ma non stai cadendo no anzi sei ben salda al gradino della piazza dove ti sei riunita con gli amici lì in quel preciso istante dove tutto esattamente tutto sta viaggiando alla stessa velocità all'unisono e che solo tu hai percepito in questo momento in cui ciò che da puro caso si fa allegra sincronìa lì e solo lì tu avverti che sei felice.

Sbatto le palpebre e il breve attimo sospeso, quell'attimo immobile tra un respiro e un altro, é già volato via.

Allora mi alzo prendo le cartine e mi faccio un'altra canna.