Ci son delle volte che vorrei avere la macchina fotografica e gran parte di queste volte per l'appunto lamento non averla mai comprata perché porcamerda ci voleva proprio.
Ricordo con rammarico una di queste volte.
Era un pomeriggio d'autunno, un sabato per l'esattezza, e mi trovavo in montagna. L'amante di quel tempo aveva organizzato un fine settimana nella sua casa d'inverno. Si era procurato tutto il necessario per rinchiuderci due giorni e due notti in quella villetta solitaria: legna per il camino, bistecca alla fiorentina per la cena del venerdì sera, pesce per il pranzo del sabato, vino in gran quantità e poi pane, verdure, frutta, formaggi, latte, caffé, marmellate, burro. Grandi banchetti orgiastici insomma.
Io, in quanto sua amante e donna, avevo il dovere di portare il muffato Antinori, la scacchiera, due sigari cubani, le gambe depilate, tacchi, collant e il bel culetto alto. Nient'altro.
Sapeva che avevo strane voglie e che amavo scopare a orari insoliti, per lo più iper-mattinieri o pomeridiani, e che una fantasia non ancora realizzata era di farlo in un bosco di montagna. Infatti ho una perversa predilezione per le pinete, i boschi, i prati, le siepi, le staccionate, le cortecce, le dune di sabbia e le terme naturali. Anche i rovi, a volte. Le ortiche nella fase sadomaso acuta. Tu mi porti in gita e io ad un certo punto ho voglia di appartarmi e scopare. Se andiamo al mare, nella rada deserta in mezzo al nulla, io scaltra come una faina e arrapata come un mandingo ti trascino sulle dune a farmi inchiappettare.
Il sesso
nature nei mesi autunnali invece lo prediligo per una sorta di trascendenza mistica che supera i confini del corpo e raggiunge l'estasi del rito pagano. Mi sento una
sacerdotessa druidica (non me ne vogliano i druidi tanto loro sarebbero considerati eretici e io una scomunicata posseduta dal demonio), una sorta di ninfa dei boschi scatenata. Mi eccita tantissimo pensarmi nuda come un verme, tremante per il freddo e per l'attesa, distesa a contatto della terra, dell'erba, del legno, delle bave di lumaca, dell'humus, delle foglie morte; mi elettrizza la lana ruvida del maglione, che graffia e buca la carne tenera; mi esalta sporcare e graffiare la pelle, così bianca e immacolata, e confondermi con il bosco attorno, silenzioso ma vivo e lussureggiante; mi accende di desiderio il corpo di lui ancora vestito, pesante e incombente, sul mio, così vulnerabile e fragile; mi fa rabbrividire di godimento il corpo discinto, liberato, a contatto con l'aria e il vento e dischiuso al fiato caldo di una bocca umida e avida; mi fa gemere il pensiero di divaricare le gambe e mostrare il mio sesso gonfio in attesa di esplodere, magari sul suo barbour disteso a terra a mo' di copertina; mi fa sorridere l'idea della mia faccia schiacciata su di un tronco mentre mi penetra a fondo, lento, e io che ansimo, piano, sperando nel mio sogno vizioso che qualcuno ci possa sentire e unire alla festa.
Lui lo sapeva e guarda caso quel sabato pomeriggio mi portò a fare una passeggiata in montagna. Guarda caso.
Parcheggiò in uno spiazzo. C'erano altre auto e pure una famiglia che si preparava per digerire il pranzo e raccogliere qualche fungo per la frittura della domenica. Sperai che li volesse seminare e così fece. Seguimmo un sentiero diverso dal loro e nel giro di breve li perdemmo.
Restammo soli, tra gli alti alberi, il fruscìo delle foglie, i nostri fiati già corti e l'ultima luce calda del pomeriggio.
E fu allora che tutto iniziò, come sempre. Mi prese quella strana eccitazione e in quel silenzio sognai mani forti e il pisello duro, caldo e gocciolante, poggiato sulle cosce fredde, di marmo.
Avevo le mutande bagnate.
Più immaginavo atti libidinosi e più ansimavo e mi accaldavo; ad ogni passo toglievo ora la sciarpa di lana grossa, ora il berretto, ora i guanti. Mi tolsi addirittura il giaccone.
- "Hai caldo? Sei già stanca?"
- "Voglio fare l'amore con te"
- "Cerco subito uno posto adatto, vieni" (come ottenere qualcosa da un uomo eh)
Mi prese per mano e mi guidò. Dove non so. L'idea di lasciarmi andare era maledettamente più forte di qualunque necessità logica e pratica. Come ritornare alla macchina ci avremmo pensato dopo. In quel momento desideravo solo di essere appoggiata alla corteccia di un albero e sentire la sua mano fredda accarezzarmi il pelo e scivolarmi piacevolmente dentro. Dio mio quanto lo desideravo.
Mi strattonò la mano "Piace qui?". Ero distratta, confusa. Non gli risposi. Mi morsi il labbro e tutta arruffata per la camminata e goffa per via del giaccone ingombrante che tenevo in braccio aspettai che decidesse lui per me. Il cuore mi batteva forte, lo sentivo esplodere dentro la cassa toracica. Mi fischiavano le orecchie. C'eravamo, era quello il momento.
Mi lasciò la mano e mi prese per il collo per avvinghiarcisi e tirarmi a sé. Mi infilò subito la lingua in bocca e io la succhiai. Appoggiai la mano lì. Ce l'aveva bello duro.
E fu allora che mi voltai e lo vidi.
Poco più in alto c'era un volto di uomo, dal naso ben marcato, un profilo greco direi, che fissava un punto indefinito. Era stupendo. Sembrava vero. Quel masso, forse sconosciuto ai più, forse marcato dal vento e dalla pioggia e dal tempo, aveva un volto umano.
Porcamerda, pensai,
se avessi avuto la macchina fotografica.