Da tempo vengo assalita dalla paura di invecchiare.
Guardo queste mani, scruto questo volto, passo la mano tra i capelli e immagino che tra poco, pochissimo, diciamo un soffio va', tutto ciò appassisce e sfiorisce.
Questo corpo che ha avuto tempi diversi da quello degli altri, esplosioni ormonali sfasate, trasformazioni lente, a volte frettolose: allungata presto, fiorita tardi (ma questo è un bene han sempre detto), ingenua quando tutti già sapevano, torturata quando tutti oramai soprassedevano e accettavano. Trovatasi sempre un attimo dopo nel posto sbagliato, come se, apposta, qualcuno mi avesse comunicato l'orario sbagliato e io fossi giunta a party finito...
Questo corpo che ha avuto tempi diversi da quello degli altri, esplosioni ormonali sfasate, trasformazioni lente, a volte frettolose: allungata presto, fiorita tardi (ma questo è un bene han sempre detto), ingenua quando tutti già sapevano, torturata quando tutti oramai soprassedevano e accettavano. Trovatasi sempre un attimo dopo nel posto sbagliato, come se, apposta, qualcuno mi avesse comunicato l'orario sbagliato e io fossi giunta a party finito...
E io qui, con la paura di invecchiare da un giorno all'altro mentre ancora devo fare un sacco di cose, programmarne mille altre. Trovarmi. Coltivare gioia nel giardinetto ancora in costruzione che è questa mia povera anima. Fermare quest'elastico che vibra e vibra e vibra. E poi, sì, innamorarmi e crederci, finalmente. Non ho molto tempo per far tutto ciò, io. No! Oh!
Se dovessi morire ora, adesso, e se come dicono in molti mi dovesse passare tutta la vita davanti sarei l'unica al mondo, può darsi pure dell'universo, ad avere l'opzione rewind perché anche il destino mio direbbe "STOP! Fa schifo! Rifacciamo da capo!"
Son momenti questi in cui manca il fiato, in cui devo aprire le finestre e sentire l'aria fredda in faccia, sulle mani, sul petto. Correre fuori, per strada, tra il rumore del traffico e passanti indifferenti che in quel momento paiono tutti belli, tutti importanti perché tutti vivi. Attimi in cui rabbrividire mi sveglia dal torpore logorante dei brutti pensieri, come uno schiaffo dato quando svieni. Ché mica vogliono farti male, no. Lo schiaffo serve solo a riportarti di qua, anche se di là si stava quasi benissimo.
Accellero i pensieri allora. Corro a chiedere aiuto alle sinapsi e passo in rassegna le piccole cose che dovrebbero calmarmi. I colori vividi però sfumano e i contorni, inevitabilmente, si ingrigiscono. Resto intrappolata nel declino mortale di questa prigione che è la vita. Una vita, a volte, che odio perché manco mi hanno chiesto prima se la volevo. E poi dicono che è mia. Troppo comodo! Non è mia! E se io non l'ho chiesta, posso averne almeno un'altra di ricambio? Certo che no.
Ecco, io non mi sentivo pronta a venir quaggiù, o quassù, o qua dentro. Avrebbero potuto aspettare, no? Chiedermi
"Linda, che ne dici? La vuoi questa vita?"
"In che anno siamo, Grande Padre?"
"Anni duemila."
"No no, aspetto ancora un poco, grazie."
"Linda, che ne dici? La vuoi questa vita?"
"In che anno siamo, Grande Padre?"
"Anni duemila."
"No no, aspetto ancora un poco, grazie."
Io non ero pronta al massacro, a questo morbo muto, infetto, cronico e scabroso come la lebbra che è la sopravvivenza. Non ero pronta a vivere tre, quattro vite tutte assieme per poi trovarmi a trent'anni stanca e sola come una vecchia vedova.
Quando ero ragazzina, appena dodicenne, già provavo impulsi forti e mi strusciavo in segreto sui braccioli della poltrona del salone di casa, se ero da sola, o sul musetto del cane di peluche la notte sotto alle lenzuola. Mi masturbavo in segreto anche dietro le dune di sabbia, quando era tempo di mare, immaginando uomini e donne copulare ovunque.
Scrutavo l'orizzonte per esser certa di esser sola, poi mi rotolavo nella sabbia mimando rincorse e liti furiose con un lui immaginario. Mi sdraiavo, affannata e senza più forze, sotto una duna più alta che regalava un po' d'ombra e sotto la quale la sabbia era più fresca. Sollevavo le gambe fino alle ginocchia e allargavo il bacino offrendo il mio sesso acerbo a venti libecciosi. Infilavo la mano sotto al costumino e sfregavo il clito asciutto con le dita sabbiose, graffiandolo apposta, ché mi piaceva moltissimo, immaginandomi prigioniera delle voglie segrete di un uomo bellissimo. Ma ero troppo piccola per capire, troppo poco sapiente per giocare, assolutamente non donna per attrarre sguardi lascivi. E' stato tuttavia un bene che nessuno mai mi scovasse là dietro.
Scrutavo l'orizzonte per esser certa di esser sola, poi mi rotolavo nella sabbia mimando rincorse e liti furiose con un lui immaginario. Mi sdraiavo, affannata e senza più forze, sotto una duna più alta che regalava un po' d'ombra e sotto la quale la sabbia era più fresca. Sollevavo le gambe fino alle ginocchia e allargavo il bacino offrendo il mio sesso acerbo a venti libecciosi. Infilavo la mano sotto al costumino e sfregavo il clito asciutto con le dita sabbiose, graffiandolo apposta, ché mi piaceva moltissimo, immaginandomi prigioniera delle voglie segrete di un uomo bellissimo. Ma ero troppo piccola per capire, troppo poco sapiente per giocare, assolutamente non donna per attrarre sguardi lascivi. E' stato tuttavia un bene che nessuno mai mi scovasse là dietro.
Adesso brucio, mi consumo. Desidero e bramo. Ma son troppo vecchia per mantenerlo, troppo stanca per appagarlo. Sono sempre in ritardo e fuori tempo. Dove mi trovo io, la vita da vivere è già persa, quella vissuta oramai già andata. Il mio destino si è fermato in un bar ed ha conosciuto un'altra e allora a me non resta che fidanzarmi coi miei problemi.
Per questo temo di ritrovare me stessa solo nell'ora della dipartita. Ma io, oh, mentre trascino questo saccone nero dell'immondizia al cassonetto di merda faccio le corna, stringo i muscoli pelvici con le mie palline di giada e maledico la sfortuna. Che peste la colga.





