lunedì 24 gennaio 2011

I miei viaggi a Sexlandia

Find out where I've journeyed
on the Map of Human Sexuality!
Or get your own here!




ma il mio viaggio non finisce qui.



Ho dimenticato di aggiungere la bandiera verde (tried and i like it) su spitting fetish, lo sputo. Ci tenevo a dirlo.

mercoledì 19 gennaio 2011

Non so mica se ti volevo bene davvero


Questa cosa del dir subito ti voglio bene a una persona conosciuta da poco e con la quale saremmo ben disposti ad avere una relazione già dopo che ci siamo usciti un paio di volte poiché a noi pare veramente perfetta in ogni sua forma di essere al mondo, pure se questo voler bene è sincero, un semplice e puro sentimento di amorevolezza e di affettuosità, nonchè di simpatia e di naturalissimo attaccamento in quanto anche umanamente non gli negheresti mai un aiuto mai un sorriso mai un abbraccio eccetera, è una cazzata tremenda perché poi  per essere del tutto coerenti si dovrebbe volergli bene anche quando questa persona, per motivi suoi e dei più giusti, ché solo a pensarci diresti pure tu che ha ragione ma non puoi perché sei dalla parte del lasciato, se ne va per la sua strada e tu rimani lì praticamente fregato due volte: prima da questa persona e poi da quella tua fretta di porti felice verso il mondo e verso di lei.
Sì, porcocazzo ti tocca volerle bene anche dopo, sennò che minchia di bene è. 

sabato 15 gennaio 2011

Si dice jogging, no footing



Mi sono accorta che quando vado a correre ci vado soprattutto per un'urgenza emotiva che sta tra un'esplosione vulcanica e un maremoto.

La fatica fisica e il calore del corpo che salgono mano mano che aumento i metri sotto i piedi smorza quei sentimenti d'impotenza e tristezza profonda che mi dà l'amore. Corro, e insieme alla mia corsa scorrono i pensieri che si accavallano in vortici ossessivi per poi evaporare via, come il sudore. Correndo, mi pare che il vento che sento sulla pelle è lo stesso che mi entra in testa e li fa spazzare via, indietro, lontano. Carcasse morte putrefatte.

Questa fatica che sento è come se mi pulisse dentro e il respiro forte ha lo stesso potere dello swiffer: in una sola passata e in luoghi difficili da raggiungere tira via le polveri sottili dell'ansia e dei sensi di colpa che svaniscono in un colpo solo, lasciando spazio a convinzioni certe, concrete e a tratti pure ovvie dove posso finalmente specchiarmi e vedere. Stringo le chiappe e gli addominali e a testa alta corro forte, senza cedere, verso un futuro che mi attende e che, ogni volta, perdo di vista. Appena mi sento più leggera è il momento di spinger meno e rimanere appesa allo stesso ritmo, è l'attimo in cui la testa è come se si staccasse da dei pietroni immensi, appesi proprio alla base del collo, e poi volasse via leggera e sospesa come un palloncino legato ai raggi di sole che bucano gli alberi alti dei boschi che attraverso da sola.
Prediligo le salite, ché l'idea di raggiungere la vetta mi fa pensare a uno scalare anche dei miei pensieri, come a rincorrere un pensiero più alto, e più importante di tutti, un pensiero che di sicuro, per me, cela qualche verità smarrita laggiù, nella vita normale di tutti i giorni, tra le abitudini e le solite paure che mi arrovellano. Correndo verso l'alto recupero una santità sotterrata.

Sono arrivata quando trovo risposte improvvise in questo mio parlottare tra me e me, quando scopro che in fin dei conti, non è poi tutto così male. Ad esempio, per dimenticare una storia secondo me ci vuole esattamente lo stesso tempo che si è trascorso nel viverla, questo in una pianificazione totale del dolore. In realtà funziona un po' come quando si smette di fumare: in pochissimo tempo, circa una settimana dieci giorni, si perde il bisogno fisico o quella che è la dipendenza fisica. Il lavoro più lungo lo si deve fare sulla dipendenza emotiva o mentale. E' la testa che ti frega. Si perde il sapore della sua pelle, si dimenticano gli odori, il contatto con la sua mano e ciò che ci rimane è ciò che chiunque potrebbe colmare ma che noi ci ostiniamo a pretendere da chi, per un attimo parso eterno, ci ha dato attenzione e un po' di amore.

Ma soprattutto è il lavoro combinato di chimica, fatica, sangue e ossigeno che ti fa capire, quando ritorni a valle e scendi senza più fatica, che già senti che le gambe tremano e che vorresti solo tornar presto per una doccia calda e una spremuta di arance, che non c'è niente di meglio del perdono delle comuni umane debolezze. A meno che tu non decida di correre tutta la vita, il che sfiancherebbe anche Bolt.
In questo perdono ci vedo quel Dio che tutti rincorrono fuori, nelle statuine, nella mano del prete, nella compassione altrui, nei libri di storia, nelle bugie della fede e nelle verità della fede. 
Nella visione lucida di ciò che è e di ciò che è sempre stato, niente di più e niente di meno, riesco a vedere esattamente quello che cercavo e solo dopo averci perdonato ritrovo la calma e la forza di continuare a ricomporre sogni bellissimi, aspettando un nuovo amore che mi tolga la paura di vivere, e di morire.

[edit: ho una voglia tremenda di scopare, se riesco scriverò cose zozze la prossima volta]

sabato 8 gennaio 2011

Una personalissima madeleine, di sabbia


Oggi ho visto in un negozio di articoli militari e un po' fascisti un cappello da goliardia.
Mi è venuta subito a mente quella volta che mi portarono ad una festa di questa cosa chiamata goliardia, credo della facoltà di Economia. Erano i primi giorni che stavo all'Università e siccome ero sola uscivo con la Vero, una ragazza conosciuta al mare.

Eravamo in questa casa di studenti tristissima, sgangherata e sporca. C'era tanta gente, che beveva e parlottava, uno stereo con della musica e bicchieri di carta spiaccicati ovunque. La Vero mi volle a tutti  i costi presentare un tizio vestito da fesso, seduto sull'unico divano disponibile e che pareva soddisfatto di sé e del suo essere. Era il capo del gruppo goliardico, un ordine studentesco che si diverte come nelle caserme a dar fastidio alle matricole e che ha una tradizione e una storia antiche, fin dal lontano medioevo. Il coglione sbottò che sarei stata perfetta per entrare nel loro gruppo. No grazie. Siete ridicoli, risposi.

Sono anarchissima, io. E anche bohémienne. Non sopporto le gerarchie specie quelle imposte solo perché c'è uno più stupido e più rompicoglioni degli altri. Saranno le etichette e i giudizi imposti che mi hanno resa così intollerante, non so.
troppo alta, troppo magra, troppo diretta, troppo chiusa, troppo maschio, troppo femmina, troppo sincera, troppo maliziosa, troppo trasgressiva, troppo composta. E io che ho sempre solo detto boh, io son così. Così come, dicevano. Così, rispondevo senza trovare una vera definizione, che poi una definizione più o meno la si trova sempre, semmai è il vocabolario ridotto che non aiuta a trovare le parole giuste.

Il cappello della goliardia mi ha fatto poi pensare alla Vero, ma che fine avrà fatto, dove sarà, mi chiedo.
Era una ragazza con le caviglie grosse e i piedi a papera, gli occhi verdi e tante lentiggini. Saltellava a piedi scalzi e non si pettinava mai. Rideva sempre, fortissimo, e non dava mai importanza a quello che indossava, che riusciva poi a portare con stile e spensieratezza. Era una tipa contagiosa per l'energia e l'allegria che aveva nel far tutto.
Aveva una famiglia strana: una sorella che non chiudeva mai la finestra della camera, nenache d'inverno, un padre sempre assente ma presente (mai capito come facesse), una zia snob e ricca. Era orfana di mamma, spesso piangeva perchè le mancava e di punto in bianco soffrivi anche tu perché ti dicevi che la volevi vedere sempre sorridere. Non erano ricchi ma ne erano stranamente circondati, ed erano ben voluti.
Trascorremmo quell'estate sempre assieme: io, lei e Luca. Se lui rimaneva con noi mi lasciavano sola e si ritiravano nella stanza del padre che non c'era mai. Poi facevano l'amore. Se invece restavamo sole io e lei allora dormivamo sempre assieme e quella sensazione di piacere e disagio che provavo mi rendeva ingenuamente felice e stupida: era l'incoscienza dell'amore e del proprio corpo.
La Vero dormiva sempre nuda, io invece mi vergognavo e restavo vestita, mi rannicchiavo poi in un angolo del lettone cercando di non sfiorarla mai, per timore di darle fastidio. Inevitabilmente però la sua pelle mi attraeva e innervosiva, lasciandomi insonne ed agitata per molte notti. Di frequente me la ritrovavo tra le braccia, cucciolotta indifesa e lontana, tra sogni dove secondo me c'eravamo tutti, anche la mamma sua.
Una notte, prima di coricarci, si mise a cavalcioni sul lettone e con fare imbronciato si lamentò della sabbia che le era andata nei capezzoli e che la graffiava. Si era avvicinata moltissimo e mentre si tirava il capezzolo  per pulirlo meglio io sentii un forte senso di vergogna perché avevo timore di guardarla, e che notasse poi  il mio turbamento.

Era bella la Vero. Chissà dov'è. Strano come un cappello possa ricordare un capezzolo di sabbia.