Mi sono accorta che quando vado a correre ci vado soprattutto per un'urgenza emotiva che sta tra un'esplosione vulcanica e un maremoto.
La fatica fisica e il calore del corpo che salgono mano mano che aumento i metri sotto i piedi smorza quei sentimenti d'impotenza e tristezza profonda che mi dà l'amore. Corro, e insieme alla mia corsa scorrono i pensieri che si accavallano in vortici ossessivi per poi evaporare via, come il sudore. Correndo, mi pare che il vento che sento sulla pelle è lo stesso che mi entra in testa e li fa spazzare via, indietro, lontano. Carcasse morte putrefatte.
Questa fatica che sento è come se mi pulisse dentro e il respiro forte ha lo stesso potere dello swiffer: in una sola passata e in luoghi difficili da raggiungere tira via le polveri sottili dell'ansia e dei sensi di colpa che svaniscono in un colpo solo, lasciando spazio a convinzioni certe, concrete e a tratti pure ovvie dove posso finalmente specchiarmi e vedere. Stringo le chiappe e gli addominali e a testa alta corro forte, senza cedere, verso un futuro che mi attende e che, ogni volta, perdo di vista. Appena mi sento più leggera è il momento di spinger meno e rimanere appesa allo stesso ritmo, è l'attimo in cui la testa è come se si staccasse da dei pietroni immensi, appesi proprio alla base del collo, e poi volasse via leggera e sospesa come un palloncino legato ai raggi di sole che bucano gli alberi alti dei boschi che attraverso da sola.
Prediligo le salite, ché l'idea di raggiungere la vetta mi fa pensare a uno scalare anche dei miei pensieri, come a rincorrere un pensiero più alto, e più importante di tutti, un pensiero che di sicuro, per me, cela qualche verità smarrita laggiù, nella vita normale di tutti i giorni, tra le abitudini e le solite paure che mi arrovellano. Correndo verso l'alto recupero una santità sotterrata.
Sono arrivata quando trovo risposte improvvise in questo mio parlottare tra me e me, quando scopro che in fin dei conti, non è poi tutto così male. Ad esempio, per dimenticare una storia secondo me ci vuole esattamente lo stesso tempo che si è trascorso nel viverla, questo in una pianificazione totale del dolore. In realtà funziona un po' come quando si smette di fumare: in pochissimo tempo, circa una settimana dieci giorni, si perde il bisogno fisico o quella che è la dipendenza fisica. Il lavoro più lungo lo si deve fare sulla dipendenza emotiva o mentale. E' la testa che ti frega. Si perde il sapore della sua pelle, si dimenticano gli odori, il contatto con la sua mano e ciò che ci rimane è ciò che chiunque potrebbe colmare ma che noi ci ostiniamo a pretendere da chi, per un attimo parso eterno, ci ha dato attenzione e un po' di amore.
Ma soprattutto è il lavoro combinato di chimica, fatica, sangue e ossigeno che ti fa capire, quando ritorni a valle e scendi senza più fatica, che già senti che le gambe tremano e che vorresti solo tornar presto per una doccia calda e una spremuta di arance, che non c'è niente di meglio del perdono delle comuni umane debolezze. A meno che tu non decida di correre tutta la vita, il che sfiancherebbe anche Bolt.
In questo perdono ci vedo quel Dio che tutti rincorrono fuori, nelle statuine, nella mano del prete, nella compassione altrui, nei libri di storia, nelle bugie della fede e nelle verità della fede.
Nella visione lucida di ciò che è e di ciò che è sempre stato, niente di più e niente di meno, riesco a vedere esattamente quello che cercavo e solo dopo averci perdonato ritrovo la calma e la forza di continuare a ricomporre sogni bellissimi, aspettando un nuovo amore che mi tolga la paura di vivere, e di morire.
[edit: ho una voglia tremenda di scopare, se riesco scriverò cose zozze la prossima volta]