sabato 19 febbraio 2011

L'altro giorno



L'altro giorno ero a Bologna con un amico e ad un certo punto, ricordo proprio che eravamo in una stradina stretta stretta parallela alla via centrale, quella con tutti i negozi e che porta dalla stazione a Piazza Maggiore, e lì, dicevo, mi è venuta una voglia pazzesca di prenderlo sotto braccio. Per me è stato normalissimo sentire questa necessità fisica di toccarlo in quanto solitamente mi piace un casino camminare di fianco ad un uomo, e prenderlo sottobraccio strofinandogli un po' le tette contro facendo attenzione che sia una cosa casualissima e non voluta (è assolutamente indispensabile perché si crei una certa tensione e atmosfera), passargli la mano intorno al tricipite e palparglielo, ad esempio nei momenti in cui devo dare enfasi ad un discorso, oppure per catturare la sua attenzione se c'è qualcosa che voglio mostrargli. Mi attacco al braccio anche per motivi pratici: buche e asfalto sconnesso son pericolosi per le mie caviglie fragili e i tacchi. Poi me lo stringo vicino anche perché mi piace annusarlo di nascosto mentre con una scusa tipo autombulanza o clacson di qualche auto intasata nel traffico gli urlo le robe che gli voglio dire.
Quindi l'appendersi al braccio di un uomo ha molti significati e usi e a me piace da matti, quelli sopra sono alcuni dei motivi e credo gli unici perché ci posso pensare ancora un altro po' ma proprio altri motivo per farlo al momento non me ne vengono.

E allora io, dopo queste premesse sulle mie voglie eccetera, e non avendoci confidenza alcuna, gli chiedo se posso prenderlo sottobraccio. Lui, sadico e con una calma che proprio non so da dove la potesse tirare fuori, mi dice no, che non è abituato mica a questo tipo di contatti, che additrittura nessuno della sua famiglia è, per così dire, un toccone o uno avvezzo a certe confidenze. Io allora ci sono rimasta: a) malissimo per un fatto di orgoglio perché non me l'aspettavo proprio, ero sicura che avrebbe voluto b) ho trascorso il resto del pomeriggio in una situazione erotico-stimolante inappagata che mi ha causato un debole mal di testa e un ispessimento della zona pelvica e inguinale che ha intensificato la voglia di toccarlo, causando così un circolo vizioso che alimentava se stesso, della serie più che non potevo toccarlo/più che volevo toccarlo.

Quel braccio negato ha rappresentato tutto quanto di sessualmente necessario io avessi bisogno in quel pomeriggio bolognese e devo confessare che mai adesso vedrò Bologna con gli stessi occhi. Cioè me ne ricorderò come di un momento sofferente in cui la mia integrità femminile e sessuale è stata messa in discussione da un no perentorio e per giunta giustissimo contro il quale opporsi avrebbe voluto dire chissà cosa, perdere l'amicizia addirittura.
Ho perfino pensato di sbattermene e di toccarlo lo stesso, di strizzargli quel muscolo possente e forte, di conficcargli le unghie nella carne e tenerlo tretto per un manciata di secondi. Volevo trasgredire quel divieto in un modo o nell'altro perché quella tensione erotica mi faceva implodere.

Alla fine non gliel'ho toccato mica, quel tricipite destro, e io ancora ci penso a questa cosa che mi son trattenuta e che proprio non ce l'ho fatta a toccarglielo. Ma poi, anche adesso, mi dico: che cosa volevi che mi dicesse? Potevi toccarglielo e farla finita, almeno ti levavi la voglia di sentirlo, quel suo muscolo che, ora che ci penso, forse manco duro e forte era.

martedì 1 febbraio 2011

La tizia che chiavava col treno



Ogni volta - ma dico ogni volta (che quando dico ogni volta in pratica è sempre) - che passo in un punto preciso della tratta che il treno regionale percorre in mezzo al sottobosco e ai pini  lungo tutto la costa mi viene a mente di quella volta in cui Andrea mi svelò che aveva visto una tizia a gambe aperte, che si menava la fica, proprio lì tra i rovi e i pini, per l'appunto mentre passava il treno, anzi credo che il motivo fosse proprio struffarsela davanti al treno regionale.
Mi disse anche che era tutta nuda, nuda per davvero, e  seduta in terra, con un sacchetto di carta in testa per non farsi riconoscere.

Ho sempre pensato che fosse una gran palla questa cosa qui (come il mostro di Lochness o come che il cancro fra tre anni sarà sconfitto) ma lui ha sempre insistito, super convinto, a raccontarmi di questo fatto assurdo, insolito ma vero e onestamente, tra me e me, mi son sempre detta quale fosse il motivo per dire una puttanata di questo tipo, cosa mai ci trovasse uno nel dirla in giro, e che quindi poteva anche essere vero che ci fosse un'esibizionista anonima con la voglia di godere con un treno.
Da allora fantastico in gran segreto su questa Dea arrapata che ogni tanto, mi immagino io, decide di prendersi un momento tutto suo e di farsi chiavare dal treno regionale che corre veloce sulle rotaie. Che poi, oltre che a farsi chiavare da un affare enorme, di centinaia di tonnellate, durissimo, si fa chiavare pure da tutti noi presenti sui vagoni. Un amore di gruppo a folle velocità. E, ovviamente, da allora, ho sempre sperato in cuor mio di vedermela passare davanti. Quando si dice la fede, adesso io so cosa sia sperare e avere fede.
Mi chiedo solo dove mai parcheggierà la macchina, sempre che raggiunga l'altarino della mastrubazione con la macchina. E che sacchetto di carta usi, se se lo mette in testa dalla parte del marchio del negozio, per dire, e se ci fa i buchi per gli occhi, se mai ha incontrato qualcuno sulla sua strada del ritorno, se ha famiglia, se soffre di anorgasmia eccetera.
Fica aperta, gambe distese (io immagino la posa della ginnasta) e urlo libero della serie toh, guarda là che fica che ho, chè tanto con tutto quello sfreghìo di ferri chi vuoi che ti senta, puoi anche urlare che ti fotti Gesù Cristo e la Madonna assieme, per dire.
Spero sempre di incontrarla e di farle ciao con la manina, oppure di aprire il finestrino giusto in tempo per dirle vai, sei una grande, fottiti tutto, piccola pervertita!

Io mi dico che deve esser proprio liberatorio lasciare per un attimo quello che si sta facendo, oppure non fare niente, e pregustarsi l'idea che di lì a poco te ne vai ad aggeggiare il tuo coso o a sfregare la tua cosa, nel tuo solito posto. Che vai a fotterti il treno e tutti i coglioni che ci son dentro.
Oggi, dietro quel punto preciso che scorre un po' più rapido perchè lì il treno aumenta di velocità pure se in curva, proprio là dietro il mare oggi era bellissimo e tutte le preoccupazioni dei giorni scorsi hanno un po' allentato la presa sulle mie deboli tempie.
Io, ogni volta ((che quando dico ogni volta in pratica è sempre) che attraverso quel punto esatto dove si apre una vista meravigliosa sul mare, io vorrei fottermi il mondo come la signorina anonima pervertita  promettendo poi a me stessa di ritornare dal mio primo vero grande amore, il mare.

Non me ne accorgo ma è esattamente un esercizio onanistico anche quello: piacevole, ossessivo, bugiardo e senza fine.