giovedì 24 marzo 2011

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo



"Uno si mette a scrivere perché non sa tirare di boxe e non ha fegato, perché ha i denti storti e non può sorridere come vorrebbe, perché per gli impotenti di ogni sorta non c'è altra strada, perché tutti i brutti sono scrittori o assassini, e lui non è capace di far del male a una mosca, perché scrivere lo fa sentire importante, perché per essere chiamati scrittori non c'è bisogno di scrivere bene e per essere chiamati figli di puttana fa lo stesso se si ha una madre che é una santa, perché ha paura di andare alla deriva senza far nulla, perché non può bere ogni sera, perché ama Dio ma odia le associazioni senza fini di lucro, perché non ha una ragazza, perché non ci sono emozioni ma insulti, perché a casa sua non c'è la televisione e la radio si è rotta, perché la moglie del vicino è un bonbon, perché ha paura di restare calvo e per questo evita gli specchi. 

Uno si mette a scrivere perché non osa rapinare un supermercato, perché ama una donna e lei è la fidanzata del gallo del quartiere, perché non ci sono abbastanza riviste porno, perché vuole fare qualcos'altro oltre a cagare e masturbarsi, perché non è il gallo del quartiere e non è neppure il più forte o il più spiritoso, perché non è niente di niente, perché non vale un cazzo, perché se esce di casa lo fanno a pezzi, perché sua madre urla tutto il tempo, perché non ci sono illusioni né luce alla fine del tunnel, perché la sua mente vola basso e non sarà mai un altro Cioran, perché non ha il coraggio di saltare, perché non vuole la moglie brutta che si merita, perché ha paura di morire senza avere assaggiato un bel culetto, perché non ha padre né amici né fortuna, perché non sa sputare come Clint Eastwood, perché rimane impantanato tra un'intenzione e l'altra, perché c'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo.

Il bello è che scrivere non serve a nulla di ciò che uno vuole. Scrivere è un limite, un dolore, un difetto in più. Il bello è che dopo averlo fatto stai malissimo. Niente è cambiato, tutto rimane al suo posto (tranne i tuoi fottuti capelli), Pelé non torna in campo. Il brutto è che scrivi e Pambelé va al tappeto steso da un gringo, un gringo maledetto che è stato dentro per avere picchiato sua madre. Il brutto è che Pambelé non è la madre del gringo e - per quanto tu scriva - rimane al tappeto. Il bello è che scrivi e continui a sognare la moglie del vicino, sogni di afferrarla per le orecchie e darle una bella ripassata. Il brutto è che scrivere non ti guarisce dagli impulsi assassini, che rapinare un supermercato rimane il tuo obiettivo impossibile. Il brutto è che desideri ancora un amore indimenticabile. Il bello è che scrivere è un altro modo di cagare e masturbarsi. Il brutto è che leggi i grandi autori ma solo Bukowski rimane. Il brutto è che un giorno la ragazza carina viene a sapere che scrivi e lo stesso non si lascia scopare a morte. Il brutto è che scrivere serve a tutto quello che tu non vuoi."

Medina Reyes

lunedì 7 marzo 2011

Nevrosi


Oggi per fare delle cose ho dovuto prendere il treno e ad un certo punto, lungo la tratta, ho avuto dei pensieri interessanti che mi hanno fatto dire che avrei potuto scriverli qui, e poi subito dopo ho pensato ad un'altra cosa (sempre da scrivere qui) e cioé che stare in movimento fa bene anche alle idee. Muovere il corpo, anche se passivamente come il farsi trasportare da un treno, rilassa moltissimo e ti fa pensare tanto. Difatti il treno ha quella energia  inspiegabilmente rassicurante, è una specie di culla che pur facendo scorrere velocissimo tutto ciò dintorno a lui te lo fa sembrare anche stranamente vicino e  in un certo senso a portata di mano, perché puoi scendere quando e dove vuoi (infatti non sei così distante e lontano come in aereo dove viaggi in un modo del tutto impersonale), e questo viaggiare dolcemente cullati rimanendo sempre coi piedi per terra, dicevo, rilassa moltissimo e fa sì che i pensieri se ne vadano per conto loro come uccelli liberati che dispiegano le ali agitandole nel vento, come se solo quello contasse e bastasse.

Così cullata sono arrivata alla conclusione che dovrei farla più spesso sta cosa di viaggiare in treno seppur per questioni inesistenti: prendere un biglietto regionale a tariffa ridotta e percorrere almeno 100 km all'andata e poi altrettanti al ritorno, dopo una pausa di circa diciamo un'oretta, ché sennò è troppo sballato il progetto della liberazione del pensiero. Credo possa essere una soluzione alternativa anche al correre in quanto non tutti i giorni ho le forze e la voglia di farlo, in virtù di quella apatia e autocommiserazione che mi contraddistinguono, forse dovute ad una creatività e tempo di reazione ai fatti della vita molto blande, pacate, abitudinarie, più meditative che rapide ed efficienti.

Nel rilassamento generale dei pensieri e dei muscoli capita spessissimo di fantasticare su possibili nuovi modi di corteggiamento sessuale, su come sorprendere il desiderio, come scatenarlo, gestirlo e divamparlo. Oggi su questro treno mi è capitato di pensare molto a ciò che avresti potuto farmi fare  l'altro giorno, e cioé leccare tutta la tua sborra dalla pancia mia dove sei venuto, raccattarla con le dita e poi succhiarla. Come fosse un rimasuglio perso di panna montata, o di gelato alla crema. Ho sognato tutto questo, e però subito dopo mi sono anche detta che avrei desiderato che tu mi prendessi su di te, protettivo e dolcissimo, per dirmi che saresti stato lì, a proteggermi e a volermi del bene.

Col pensiero libratosi dalla mia testa, e allontanatosi per i campi là fuori, forse portati via proprio da quei colombi liberi e apparentemente felici, è stato chiaro poi che nella fattispecie è una condizione, quella del sesso e poi dell'affetto, che non si verificheranno mai e che questa condizione di sogno che subisco passiva e in silenzio, senza benché la minima possibilità o certezza che si realizzino, sono vaneggiamenti deliranti di una donna rimasta bambina, una bambina che deve avere una paura fottuta di fare ciò che le piace, e di crederci nel farlo, perché poi inevitabilimente sarà punita.

Ecco io mi chiedo cosa mai abbia fatto da piccola per avere ancora questa paura fottuta ma il treno, ahimé, questo non ha saputo dirmelo. O, forse, è troppo presto per saperlo.

martedì 1 marzo 2011

Manualità

Se clicchi sull'immagine capirai cosa voglio dire

Ci sono delle cose che mi piace da matti osservare. Son per lo più gesti manuali, ripetitivi, che mi ipnotizzano e rilassano e, delle volte, anche eccitare tantissimo.

Non ho ancora capito se è così perché mi immedesimo nel rumore, nella mano oppure nella cosa o persona che subisce la mano (o nella cosa o persona che subisce il rumore ma questa frase credo abbia meno senso)

Queste cose sono:
  • veder pettinare qualcuno
  • scopa di saggina o spazzolone (soprattutto se usati sul marciapiedi dove il rumore è ben forte poiché devono grattare)
  • sentir sfregare il legno con la carta vetrata
  • veder spalmare la crema abbronzante, a chiunque e ovunque (valgono anche i parenti o amici che lo fanno malvolentieri che invece di spalmare schiaffeggiano la crema un po' qua e un po' là)
  • veder massaggiare qualcuno (professionist job)
  • veder le signorine commesse che lavorano nei negozi dove si vendono calze aprire le confezioni con cura, mentre la plastichina nuova scricchiola forte, inserire la mano dolcemente dentro la calza e poi aprirla per farti vedere meglio il colore e quanto è coprente (possibilmente la mano deve esser magra, le dita affusolate, lo smalto perfetto e rosso o sulle tonalità del rosso)
  • vedere una signorina fare la pipì (non è ripetitivo né manuale, qui si va fuori tema)
E a voi? se mi scrivete robe che ho dimenticato, via via le aggiungo anche io qui nell'elenco perché secondo me ci sono molte altre cose che che mi piacciono ma che ora proprio non mi sovvengono.