A volte ci son interi giorni di vuoto.
Non che tu non abbia da fare, no. Giorni dove le pareti ti scivolano tra mani, e il pavimento ti frana sotto i piedi. Dove il senso del tuo fare e la ragion del tuo esser sbiadiscono sotto il peso della coscienza, smarrita. Cerchi qualcuno da chiamare ma è inutile, non c'è più nessuno, pare. Allora ti chiedi spaesato dove sono, come un malato che cerca di ricordare chi è, ma non si ritrova più.
A volte ci sono dei momenti in cui ti manca il fiato e ti consumi velocemente come una sigaretta posata sul posacenere di fianco. La solitudine ti stringe le mani sul collo, così nemica - lei - della tua voglia di reagire. Bambola assassina senza più cuore né pietà.
A volte invece ci sono solo dei secondi, degli attimi, in cui pensarti si fa improvvisamente estraneo e la ferita aperta dalla probabile menzogna macchia di sangue tutto, tutto. E allora non resta che piangersi addosso, ché il senso di colpa per non aver imparato a vivere si fa grave come un peccato mortale, qui, proprio qui, che pare già tutto un inferno.
Perché ogni volta che provi a dire che ci credi, che gli credi, la scure pesante del Destino infame segna ancora una volta il suo limite. E lo segna sul tuo braccio, sulla tua gamba, sul tuo torace, sulla tua testa. A volte ti spolpa fegato, reni, cuore, polmoni.
Giovane ed eterno abortire allora, quello che ti resta del tempo passato. Magro ricordo di un sentimento bugiardo e bisognoso di cura, ché solo questo era: cura dell'amor proprio, che mentre guarisce e rinasce, lascia la sua vecchia pelle disseccarsi e poi marcire dentro, morire dentro, fino a che non la si piscia fuori dolorante tra mezze scuse barbine. Perché troppo il senso di colpa, non ce la si fa.
Non ti rimane dunque che un feto stretto tra le mani sanguinanti, a ricordarti, così piccolo e puzzolente, che il tuo destino è quello, e non altro.
Giovane ed eterno abortire allora, quello che ti resta del tempo passato. Magro ricordo di un sentimento bugiardo e bisognoso di cura, ché solo questo era: cura dell'amor proprio, che mentre guarisce e rinasce, lascia la sua vecchia pelle disseccarsi e poi marcire dentro, morire dentro, fino a che non la si piscia fuori dolorante tra mezze scuse barbine. Perché troppo il senso di colpa, non ce la si fa.
Non ti rimane dunque che un feto stretto tra le mani sanguinanti, a ricordarti, così piccolo e puzzolente, che il tuo destino è quello, e non altro.
Perché a volte si dice non vorrei mai, e invece poi, succede.





